Karate - Karate Sport per Tutti

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Il Karate
 
1. UN’ARTE DA AMARE

Studiare il Karate vuol dire essenzialmente comprendere se stessi e avvicinarsi alle leggi della natura. Il training pisicofisico, infatti, permette non solo l’apprendimento delle tecniche e della cultura legate a quest’Arte ma, proprio attraverso la pratica costante, realizzando una sempre migliore condizione di concentrazione, consente di conoscere se stessi.

Per questo lo studio della filosofia taoista, dei principi della medicina orientale e del chi kung è ritenuto indispensabile da molti Maestri in pari misura a quello dei kion (fondamentali), dei kata (forme) e del kumite (combattimento) giacché le implicazioni esistenti tra queste e il Karate sono sorprendenti.

La pratica del Karate, infatti, non consiste solo nell’esercitazione tecnica, accanto alla tecnica (waza) è necessario esercitare e coltivare lo spirito interiore (shin) e l’energia vitale (ki). E’ difficile spiegare a parole i benefici che è possibile raggiungere dopo una pratica assidua.

Oggi, comunque, dove contano più che mai gli aspetti educativi e formativi, per chi predilige l’aspetto filosofico, culturale e spirituale del Karate, il training permette di raggiungere una non trascurabile completezza arrecando nel contempo molta soddisfazione.

Gli esercizi fisici e gli studi culturali e filosofici permettono, insieme, una crescita armonica e una costante comprensione e integrazione dei nessi esistenti.

La pratica intensa potrà allora comprendere, com’è ad esempio nel mio caso, oltre agli esercizi kion, kata, kumite e alle tecniche di stretching e agli altri esercizi basati sul principio fisico (quali, ad esempio, la corsa, la ginnastica e gli esercizi per il potenziamento muscolare), anche lo studio sugli elementi di medicina sportiva e di preparazione atletica, sulla postura-posizione-movimento, sul chi kung, sulla storia e la filosofia del Karate e delle Arti Marziali in genere. Inoltre i classici I Ching, Nei Ching, Tao Te Ching e le tecniche della meditazione taoista (compresi gli esercizi di respirazione) rivestono un ruolo molto importante per il praticante.

L’essenza che ne scaturisce è data dal prendersi cura di tutta quest’opera per migliorarla e custodirla. Ciò conferisce energia e vitalità.

La pratica del Karate permette, inoltre, incessantemente, di soddisfare l’innato bisogno di compensazione e di equilibrio dell’essere umano apportando armonia e benessere.

Il Karate e le altre Arti Marziali tradizionali rappresentano, per chi lo voglia, un percorso di formazione e di crescita davvero raro oggigiorno e, oltre a rafforzare il corpo e la mente, conducono ad una migliore concezione di sé e della vita. Esse, quindi, vanno ben oltre l’aspetto combattivo.


2. IL MIRACOLO SPORTIVO

Il Karate, come ogni altra disciplina impegnativa, richiede molta pazienza, soprattutto quando si è all’inizio. Vale la pena comunque provare. Lasciatevi andare all’esercizio, lasciatevi guidare dal vostro Maestro. Passeranno giorni, mesi ed anni e voi non sarete più gli stessi. Sperimenterete infatti quelle dimensioni che si raggiungono attraverso la pratica del Karate.

Se il vostro sport del cuore è un altro, bene, il principio è lo stesso. Lo scopo primario dello sport è quello di renderci non solo atleti ma anche uomini migliori. Soprattutto oggi, quando si legge sui giornali che i giovani non amano fare sport, che preferiscono il computer o guardare la televisione.

Eppure lo sport arricchisce ogni aspetto della vita e sviluppa qualità importantissime.

Si dice che sia l’ambiente in cui viviamo a farci o meno amare lo sport ma ognuno può avere la sua fonte di ispirazione. Ai più giovani, per esempio, molto spesso basta guardare i personaggi sportivi che più amano. Cercando di emularli e di imitarli ricevono già la giusta spinta per iniziare.
Voi potreste anche scegliere di incontrare atleti locali che praticano lo sport che più amate e chiedere loro tutto ciò che possa servire a chiarificare le vostre idee prima di iniziare a praticare.

Ma l’ambiente è certamente importante e può essere risolutivo nella scelta di fare o di non fare sport, soprattutto per i giovanissimi. Il mio bel ricordo sportivo, ad esempio, è quello della nostra Lancia Beta Montecarlo. Quel giorno si correva una gara del campionato italiano di autocross sulla pista di Maggiora (Novara) e il nostro pilota, per un problema ad un pneumatico, ottenne soltanto il diciassettesimo tempo nelle prove di qualificazione. Era relegato nelle ultime posizioni della griglia di partenza ma non si scoraggiò affatto: “Calma ragazzi – disse – bisogna ancora cominciare… E via quei musoni !”. Quelle parole pronunciate sorridendo dal pilota – proprio da chi senza sua colpa sarebbe dovuto scendere in pista dalle ultime posizioni – sciolse subito il clima di tensione che si era venuto a creare. Quel giorno Angelo Consoli – il nostro pilota – vinse la gara dopo aver superato, uno dopo l’altro, campioni indiscussi di quella specialità quali Tamburini, Binci, Apostoli, Romagna. Mio padre e i suoi amici scoppiarono in un pianto di gioia, si abbracciavano e piangevano e in quel clamore generale ricordo che io, ragazzino, guardai il cielo: per me fu un miracolo!

Quel miracolo sportivo, ad anni di distanza, ha mostrato tutte le sue sfaccettature: era passione, dedizione, determinazione, concentrazione, costanza, pazienza ed entusiasmo, tutte qualità che non debbono mancare in ogni cosa che facciamo e che lo sport permette di esercitare e sviluppare.

Se amate uno sport non esitate quindi ad iscrivervi ad un corso e ad esercitarvi. Assecondate la vostra passione, misuratevi con voi stessi, con i vostri limiti. Capire nell’intimità come questi, con gradualità, possono essere rimossi e superati è l’insegnamento più grande che il Karate mi ha dato, è un insegnamento che si rinnova ogni giorno. Esercitatevi!


3. I KATA

I kata sono l’essenza del Karate. La comprensione degli insegnamenti di saggezza che essi racchiudono richiede tanti anni di pratica. Il bunkai – che è appunto esercitazione, analisi e studio del kata sui tre punti chiave della comprensione dell’azione di benessere per la salute, del controllo dell’energia vitale e della comprensione dei metodi di combattimento – conduce verso gli aspetti più nascosti dell’arte marziale.

Il kata, che a prima vista è forma, quando viene praticato come Via (Do), consente di superare l’aspetto formale rivelandoci la sua essenza spirituale.

Come ci ricorda il Maestro Werner Lind: “L’esercizio dei kata classici aiuta il corpo e lo spirito a raggiungere una certa disposizione, regola le attività psichiche e fisiche e corregge alcuni atteggiamenti errati di fronte alla vita. Probabilmente anche altri tipi di sport sono in grado di ottenere gli stessi effetti, ma il sistema dei kata, da questo punto di vista, è il più efficiente”.

Nel Karate Do, infatti, all’esercizio e alla cura della tecnica (waza) deve necessariamente affiancarsi il continuo rispetto del giusto atteggiamento interiore (shin) e il controllo dell’energia vitale ki (Chi). Nessuno di questi tre aspetti deve essere mai trascurato. Per poter accedere ai livelli esoterici del kata occorre infatti che la filosofica legata al Karate, e, in genere, alle arti marziali tradizionali, venga interiorizzata insieme alla tecnica fisica.

Nel mio caso, ad esempio, ha contribuito a questa integrazione un lungo periodo passato ad esercitare sia la tecnica (portamento, ritmo, respirazione, tensione-distensione) e il fisico, sia la mente e lo spirito. Grande influenza ha avuto certamente il Santacittarama, un Monastero buddhista dove, sotto la guida di Ajahn Thanavaro, iniziai a praticare la meditazione.

Man mano che l’interiorizzazione e l’integrazione si intensificavano, oltre a migliorare la forma, constatavo il manifestarsi di una condizione di benessere generale e un aumento della concentrazione mentale davvero sorprendente.

Gli esercizi meditativi e gli studi specifici mi aprirono la porta ad altre intuizioni e ad un uso migliore della respirazione, sia durante lo studio e la meditazione stessa, sia durante l’esecuzione degli esercizi fisici.

Accanto al miglioramento della forma nel Karate si venne dunque a realizzare un miglioramento globale di tutto il mio essere. Per me, in quel momento più che mai, il Karate non significò più sconfiggere un avversario ma rappresentò uno stile di vita da cui non mi sarei mai più separato. Iniziò, quindi, quella lunga integrazione (che non ha fine) tra l’atletismo (tanto amato e che ritengo importantissimo) e l’ascetismo (per una continua ed appassionante ricerca di integrazione ed armonia tra mente e corpo).

Per spiegare l’ideale filosofico da affiancare allo studio tecnico del kata dovrò necessariamente richiamare le argomentazioni sviluppate da Werner Lind (nel suo libro “I kata classici nell’insegnamento dei grandi maestri” – pubblicato dalle Edizioni Mediterranee) che, a mio parere, meglio di ogni altro riesce a condurre il praticante verso la comprensione della Via del kata e dei suoi originari fini.

Lind inizia con un avvertimento dicendo: “I concetti di base dei Dao (kata) cinesi – detti anche Lu – devono essere ricercati nell’antica tradizione del Daoismo (Taoismo) e del Buddhismo. Nel corso dei tempi i contenuti sono mutati più volte, ma il concetto di base esiste ancora oggi e sopravvive, al di là delle moderne ed esclusive forme di interpretazione dei kata, in tutti gli altri orientamenti classici”.

Il concetto di base del pensiero cinese cui si riferisce l’autore è il Tao (Dao), che coincide in massima parte con il Do (la Via) sino-giapponese. Il Tao è la natura, è l’universo intero, l’ordine che sostiene tutte le cose ma che non s’impadronisce mai di niente lasciando che tutto cambi e si trasformi secondo il corso naturale, attraverso l’interminabile interazione delle opposte e complementari forze polari Yin e Yang.

Decisiva, nel discorso riguardante i kata delle arti marziali, è la convinzione dei cinesi secondo cui è possibile, per mezzo dell’esercizio, accumulare nella propria persona una parte della forza universale (Chi).

Questi insegnamenti sono antichissimi – estrapolati e custoditi dall’antico libro di saggezza I Ching (il Libro dei mutamenti) ed anche dal Tao Te Ching di Lao Tzu – e da sempre influenzano le arti marziali.

Secondo la mitologia cinese, combinando gli esercizi di respirazione alla ginnastica e rispettando una sana alimentazione, è possibile nutrire l’energia vitale Chi (di cui disponiamo sin dalla nascita) attingendo direttamente dalla forza universale. Ciò avviene principalmente per mezzo della respirazione.

Oggi è certamente possibile dare una spiegazione scientifica ai benefici legati ad uno stile di vita sportivo ma qui, al di là della scienza dello sport, si tratta di capire l’intimo rapporto tra l’uomo e l’universo (o, se si preferisce, tra l’uomo e la natura) e l’esperienza che si realizza per mezzo della respirazione, del movimento del corpo (che oltre a stimolare il processo respiratorio racchiude in sé un insieme di significati, non solo fisici, ma anche filosofici, etici, ecc; ogni gesto, infatti, non viene mai eseguito a caso) e del nutrimento (sia fisico che spirituale). Prevale, quindi, l’ascetismo (cioè lo sviluppo armonico tra fisico e psiche) in un’esperienza vissuta nel proprio corpo-mente-spirito e che non ha nulla a che vedere con la mera comprensione teorica.

Gli esercizi che servono ad armonizzare il Chi e a conformarsi alle leggi della natura sono genericamente denominati Chi Kung e si caratterizzano per l’enfasi posta sul processo già spiegato di respirazione e movimento. Di questi esercizi fanno parte anche i kata delle arti marziali.

Tutti gli esercizi Chi Kung sono indissolubilmente legati alla medicina cinese. I medici cinesi iniziarono ad applicare nella pratica terapeutica gli insegnamenti taoisti sviluppando vari esercizi ginnici connessi alla respirazione allo scopo di regolare il flusso del Chi.

“Prima ancora dell’elemento combattivo – dice Werner Lind nel narrarci le origini cinesi dei kata – intensificato solo più tardi per necessità storiche, il punto chiave di questi esercizi era costituito dal mantenimento della salute del corpo… Anche più tardi, quando passarono in primo piano le caratteristiche del combattimento, si fece in modo tale che venissero conservati quegli elementi che permettessero all’essere umano una vita lunga e piena di salute... La corretta esecuzione dei kata è considerata ancora oggi un esercizio salutare. La combinazione dei suoi vari elementi (respirazione, tensione/distensione, portamento) compie una sorta di automassaggio; attraverso la stimolazione dei punti vitali influisce positivamente sulla salute… Nei sistemi finalizzati al mantenimento della salute – di cui fanno parte anche i kata – questi punti vengono stimolati attraverso il coordinamento dei movimenti, la respirazione ed un rapporto equilibrato tra tensione e distensione in un atteggiamento fisico e spirituale corretto, così come appunto accade nell’agopuntura o nell’agopressione”.

E’ bene precisare che i punti vitali del corpo umano sono suddivisi in modo simmetrico nella parte destra e sinistra del corpo (retaggio di una lunghissima esperienza della medicina cinese, in particolar modo dell’agopuntura) e che su di essi, come vedremo, si può agire in diverso modo al fine di ristabilire e di mantenere costante il flusso energetico e, conseguentemente, l’equilibrio psicosomatico.

Per completezza occorre aggiungere che ogni punto è collegato ad un determinato organo interno e che tutti i punti che influenzano lo stesso organo del corpo sono riuniti tra loro da una linea di collegamento chiamata meridiano. I meridiani principali sono dodici (a questi se ne aggiungono generalmente altri due: il vaso della concezione e il vaso governatore) ma esistono anche altri meridiani secondari.

Anche i kata utilizzano il sistema dei meridiani e mirano ad armonizza il flusso della bioenergia attraverso la coordinazione del movimento e il perfezionamento dell’attività muscolare e di quella delle articolazioni.

Per riuscire a stimolare positivamente i punti vitali del proprio corpo occorre eseguire il kata con precisione, rispettando i movimenti prestabiliti nell’embusen e il giusto equilibrio tra tensione e distensione.

Le tecniche dei kata tradizionali sono state costituite in modo da generare (attraverso il movimento) un automassaggio sui punti vitali del corpo del praticante, mentre con il processo respiratorio si ottiene il massaggio dei suoi organi interni. I kata, inoltre, contengono anche molte tecniche di autosuggestione (inserite soprattutto nelle posizioni kamae) dirette ad influire positivamente sulla psiche.

Esse contengono dei metodi di massaggio che si basano sull’effetto leva della muscolatura, sul movimento del diaframma durante la respirazione e sulla stimolazione dei punti vitali durante il movimento”.

In questo processo energetico riveste un ruolo importante, come può facilmente capire chi non è più alle prime armi, il kime (l’esplosione ed il controllo della forza di attacco) che è la causa stessa della produzione di tensione-distensione e che non dipende mai soltanto dal principio fisico.

“Nelle arti marziali cinesi – conclude Lind – non è quindi possibile scindere dal principio del corpo l’esercizio respiratorio, l’uso dei meridiani e dei sistemi vitali, il ricorso alla medicina orientale e l’identificazione con il tradizionale pensiero cinese. Dato che spesso non si tiene conto di ciò, la trasmissione dei contenuti delle arti marziali orientali per mezzo dei loro kata è spesso problematica e porta a numerose interpretazioni errate”.

Tutti i sistemi di movimento basati sulla filosofia taoista tendono, quindi, allo sviluppo del Chi, reso possibile dal raggiungimento dell’armonia tra corpo e spirito. Si basano, come abbiamo visto, sul principio delle forze polari Yin e Yang, sulla legge dei cinque agenti (legno, fuoco, terra, acqua e metallo) che costituiscono le componenti basilari dell’universo (in quanto regolano il decorso delle manifestazioni della natura) e sul sistema dei meridiani.

A ben vedere il Chi Kung ha creato vari sistemi (come le arti marziali, l’agopuntura, lo shiatsu, la moxa e la meditazione) diversi ma affini e legati tra loro dagli identici principi appena sopra ricordati. Nella mia esperienza i kata del Karate sono stati decisivi per apprendere ed interiorizzare tali insegnamenti, attraverso la loro cura ho constatato come, perseverando nella pratica, sia possibile migliorarne i movimenti e la comprensione di tutti gli aspetti. Lo studio del kata non può mai dirsi concluso. Il praticante riprende sempre i “suoi” kata e prendendosi cura della propria Arte – con il fine di migliorala e di custodirla secondo gli insegnamenti degli antichi Maestri – migliora anche se stesso.

La pratica del Karate è quindi uno strumento di crescita per l’individuo, mira al continuo raggiungimento dell’armonia tra corpo, mente e spirito apportando nel contempo dei miglioramenti nelle qualità fisiche e in quelle psichiche del soggetto, oggi scientificamente spiegabili sia dalla medicina sportiva che dalla psicologia dello sport.

Ma al di là di queste pur importanti vedute (di cui sicuramente parleremo in un’altra occasione) in queste pagine si è voluto insistere particolarmente sull’interpretazione tradizionale della pratica dei kata.

Il kata richiama continuamente la nostra attenzione su tutto quanto è legato al movimento e alla respirazione (e ne abbiamo ampiamente parlato). Nel contempo, però, favorisce introspezioni mentali positive a cui troppo spesso non diamo la giusta importanza.

Eppure è nell’inconscio (nella nostra capacità creativa) che si nasconde l’essenza dei gesti della nostra Arte. Chi è un po’ più avanti di noi lo sa bene e riesce, spesso, a farci riflettere su queste cose… E richiamò anche la mia attenzione su un bellissimo kata (a squadra!): uno stormo di uccelli, un unico spirito! Viravano, si lanciavano in picchiata e poi riprendevano quota nel cielo azzurro come fossero un corpo unico. In quel momento capii. C’era qualcosa di familiare in quella splendida coreografia naturale, erano un po’ come noi quando – al comando del Maestro – avanziamo, indietreggiamo, saltiamo o giriamo, tutti insieme, portando la stessa tecnica, con lo stesso ritmo come fossimo, in quel momento… una cosa sola.

La pratica del kata racchiude in sé tutto il Karate e oltre all’esecuzione della sequenza tecnica da cui è composto prevede anche lo studio delle tecniche fondamentali (kion) e delle applicazioni per la difesa personale eseguite con un partner (kumite).

Il kion ed il kumite, quindi, nascono proprio dalla scomposizione del kata e ritornano sempre al kata favorendo tutti i progressi che conducono il praticante verso livelli via via sempre superiori.

- La scomposizione del kata

In conclusione, riguardo al quadro attuale dei complessi sistemi kata, Werner Lind precisa: “Fra i moderni indirizzi di stile del Karate si conoscono oggi circa sessanta kata. Le origini di alcuni di essi, come ad esempio il Jion, risalgono al monastero Shaolin. Altri hanno avuto origine ad Okinawa o in Giappone oppure sono delle elaborazioni dei primi kata. L’idea di base tuttavia nasce dalle arti marziali cinesi e si ritrova in tutti i kata tradizionali”. Per venire a capo di quest’idea, concludiamo, è necessario rispettarne il bunkai (gli usi). Invero i principi qui sinteticamente esposti non consentono in nessun caso di estrapolare una valida e completa teoria ma possono essere compresi soltanto attraverso una pratica costante e sincera.


4. I KATA DELLO SHOTOKAN-RYU

I kata praticati ad Okinawa, raggruppati secondo l’idea dei grandi Maestri, hanno influenzato la nascita dei diversi stili di Karate.

Gli stili di Karate oggi maggiormente praticati sono lo Shotokan-ryu, lo Shito-ryu, il Goju-ryu e il Wado-ryu.

Lo Shotokan-ryu – che è lo stile di Karate da me studiato – è caratterizzato da numerose forme. Invero, inizialmente, il Maestro Funakoshi – fondatore del Karate moderno – scelse, tra i numerosi kata presenti nel Karate di Okinawa, i seguenti: Heian Shodan, Heian Nidan, Heian Sandan, Heian Yondan, Heian Godan, Tekki Shodan, Tekki Nidan, Tekki Sandan, Bassai Dai, Kanku Dai, Hangetsu, Empi, Jitte, Jion e Gankaku. Questi kata costituirono, quindi, la base della struttura stilistica dello Shotokan e da essi il Maestro fece discendere il kion e il kumite (di cui tratteremo in seguito) aprendo la via alla comprensione dei più importanti aspetti del Karate di Okinawa. Lo Shotokan-ryu riprese inoltre anche altri kata tradizionali inserendoli nel proprio patrimonio stilistico che si caratterizza per una struttura splendidamente definita che si basa sugli antichi principi dello Shaolin-Quanfa.

Oggi nella scuola Shotokan si praticano i seguenti kata:

- Taikyoku (Shodan, Nidan, Sandan): “Kata dell’Universo”;

- Heian (Shodan, Nidan, Sandan, Yondan, Godan): “Spirito pieno di pace”;

- Tekki Shodan: “Lottare al fianco” o “Cavaliere di ferro”;

- Bassai Dai: “Tempesta sulla fortezza”;

- Jion: “Suono del Tempio”;

- Kanku Dai: “Sguardo nel cielo”;

- Empi: “Volo della rondine”;

- Tekki Nidan (seconda forma del Tekki kata);

- Hangetsu: “Mezza Luna”;

- Bassai Sho (seconda forma del Bassai kata);

- Kanku Sho (seconda forma del Kanku kata);

- Sochin: “Forza tranquilla”;

- Nijushiho: “Ventiquattro passi”;

- Jitte: “Mano del Tempio”;

- Chinte: “Mano rara”;

- Meikyo: “Visione di un airone bianco” o “Pulizia dello specchio”;

- Tekki Sandan (terza forma del Tekki kata);

- Jiin: “Suolo del Tempio”;

- Gankaku: “Gru sulle rocce”;

- Wankan: “Corona del re” o “Fruscio del pino”;

- Gojushiho Dai: “Battito del picchio” o “Cinquantaquattro passi”;

- Gojushiho Sho (seconda forma del Gojushiho kata);

- Unsu: “Mani di nuvola”.

Lo studio di questi kata consente al karateka di eseguire, con il corpo, un gran numero di movimenti (che devono essere in ogni caso interiorizzati e compresi nei loro molteplici aspetti) sviluppando coordinazione, equilibrio, resistenza e velocità. Tale studio, inoltre, consente ai kata tradizionali di sopravvivere nel tempo quale inestimabile patrimonio dell’Arte del Karate, patrimonio che si trasmette di generazione in generazione.


5. I KION

Soltanto sviluppando una solida base è possibile proseguire correttamente nello studio del Karate. Ma, in fondo, è così per ogni sport e per ogni attività della vita. Non esiste, infatti, qualcosa che si possa validamente realizzare senza aver prima accumulato l’esperienza necessaria. La base, inoltre, costituisce un punto fermo su cui poter ritornare nei momenti di difficoltà, per comprendere meglio i principi e le cose in cui dobbiamo applicarci, in cui dobbiamo migliorare. Il Karate, come ogni altra disciplina marziale, insiste proprio sui fondamentali.

In questa parte ci occuperemo dei kion, le tecniche fondamentali del Karate, che come abbiamo visto nascono dalla scomposizione dei kata dello stile.

Con i kion, dunque, si allenano isolatamente le caratteristiche dello stile: le posizioni; le tecniche di braccia o di mani, siano esse parate (uke), pugni (tsuki) o percosse (uchi); le tecniche di gamba, come parare (uke) o calciare (geri); nonché l’uso delle varie parti del corpo (mani, piedi, ginocchio, gomito, ecc) che costituiscono le “armi naturali” del Karate.

Qui, attraverso uno schema riassuntivo, cercheremo di rendere più chiaro quello che costituisce lo studio dei kion dal punto di vista formale. Non occorre dimenticare, però, che nei kion, come nei kata, affianco alla tecnica occorre coltivare lo spirito interiore ed esercitare l’energia. E’ con i kion, anzi, che tutti questi concetti iniziano ad essere compresi ed integrati tra di loro. Ritornando sempre nei kata e nel kumite ne consentono il miglioramento conducendo il karateka verso livelli sempre maggiori.

A parte lo schema conoscitivo che seguirà, quindi, non si può che rinviare ad un buon testo didattico (ben illustrato) e, soprattutto, per chi intenda iniziare a praticare il Karate, ad un bravo istruttore. Invero il Karate, come ogni arte, non si può apprendere da un libro o da un video (tali strumenti possono certamente aiutarci nello studio e nella comprensione di tanti aspetti ma non possono in nessun caso sostituire il maestro) ma soltanto in una relazione tra allievo e maestro basata sulla perseveranza e sul reciproco rispetto in cui il primo si impegna ad apprendere e il secondo ad insegnare l’Arte.

1. Le armi naturali del Karate

Tipi di pugno, colpi a mano aperta e speciali usi della mano:

- Seiken: parte anteriore del pugno (nocche dell’indice e del medio);

- Uraken: dorso del pugno;

- Tettsui: pugno a martello;

- Ippon-ken: pugno con la nocca dell’indice (giuntura di mezzo);

- Nakadaka-ken: pugno con la nocca del medio (giuntura di mezzo);

- Hiraken: pugno con tutte le nocche (giunture di mezzo);

- Shuto: taglio della mano a coltello;

- Haito: mano a dorso di coltello;

- Nukite: mano a lancia;

- Seiryuto: mano a sciabola;

- Teisho: base del palmo;

- Haishu: dorso della mano;

- Kakuto: polso a testa di gru;

- Washide: mano a testa d’aquila;

- Keito: mano a testa di gallina;

- Kumade: mano a zampa d’orso;

- Empi: gomito;

- Ude: avambraccio.

Gambe e piedi:

- Koshi: avampiede;

- Sokuto: taglio del piede;

- Haisoku: collo del piede;

- Kakato: tallone;

- Tsumasaki: punta delle dita del piede;

- Hittsui: ginocchio.

2. Le posizioni

Le posizioni riguardano in modo particolare la parte inferiore del corpo (gambe ed angolazione dei piedi). Esse sono:

- Shizen-tai: posizioni naturali e, precisamente:

o Heisoku-dachi: posizione naturale a piedi uniti;

o Musubi-dachi: posizione naturale a gambe unite e piedi divaricati;

o Hachinoji-dachi: posizione naturale a gambe e piedi divaricati;

o Heiko-dachi: posizione naturale a gambe divaricate e piedi paralleli;

o Teiji-dachi: posizione dei piedi a T;

o Renoji-dachi: posizione dei piedi a L;

- Zenkutsu-dachi: posizione frontale;

- Kokutsu-dachi: posizione basata sulla gamba posteriore;

- Kiba-dachi: posizione del fantino (piedi paralleli);

- Shiko-dachi:posizione del fantino (piedi divaricati);

- Fudo-dachi o Sochin-dachi: posizione consolidata;

- Hangetsu-dachi: posizione a mezzaluna (variante Sanchin-dachi);

- Neko Ashi-dachi: posizione del gatto.


3. Tecniche di braccia e di mani

Parate (uke):

- Gedan barai: parata bassa;

- Jodan Age-uke: parata alta;

- Chudan Soto-uke: parata con l’avambraccio (esterno-interno);

- Chudan Uchi-uke: parata con l’avambraccio (interno-esterno);

- Ude-uke: parata con rotazione dell’avambraccio;

- Maeude-uke: parata pressante con l’avambraccio;

- Morote-uke: parata con l’avambraccio (rinforzato);

- Shuto-uke: parata con la mano a coltello;

- Kake-uke: parata agganciante con la mano a coltello;

- Te nagashi-uke: parata deviante con la mano;

- Te osae-uke: parata pressante con la mano;

- Haishu-uke: parata con il dorso della mano;

- Seiryoto-uke: parata pressante con la mano a sciabola;

- Teisho-uke: parata con la base del palmo della mano;

- Teisho awase-uke: parata con entrambi i palmi delle mani;

- Kakuto-uke: parata con il polso a testa di gru;

- Keito-uke: parata con la mano a testa di gallina;

- Juji-uke: parata con le braccia a X;

- Kakiwake-uke: parata con entrambi i polsi.

Pugni (zuki):

- Oi-zuki: pugno lungo corrispondente alla gamba che avanza;

- Gyaku-zuki: pugno opposto alla gamba che avanza;

- Kizami-zuki: pugno corto corrispondente alla gamba avanzata;

- Ren-zuki: pugno alternato;

- Sambon-zuki: pugno triplo;

- Morote-zuki: pugno parallelo doppio;

- Dan-zuki: pugno consecutivo (con la stessa mano);

- Tate-zuki: pugno verticale;

- Ura-zuki: pugno rovesciato;

- Mawashi-zuki: pugno circolare;

- Kagi-zuki: pugno a gancio;

- Yama-zuki: Pugni a U;

- Hasami-zuki: pugni a forbice.

Percosse (uchi):

- Uraken-uchi: colpo con il dorso del pugno;

- Tettsui-uchi: colpo con il pugno a martello;

- Mae Empi: colpo di gomito frontale;

- Yoko Empi: colpo di gomito laterale;

- Yoko Mawashi Empi: colpo di gomito circolare laterale;

- Ushiro Empi: colpo di gomito all’indietro;

- Tate Empi: colpo di gomito verso l’alto;

- Otoshi Empi: colpo di gomito verso il basso;

- Shuto-uchi: percossa con la mano a coltello;

- Haito-uchi: percossa con la mano a dorso di coltello.


4. Tecniche di gambe

Parate (uke)

- Sokutei mawashi-uke: parata circolare con la pianta del piede;

- Sokutei osae-uke: parata pressante con la pianta del piede;

- Sokuto osae-uke: parata pressante con il taglio del piede;

- Ashikubi kake-uke: parata uncinante con la caviglia.

Calci (geri):

- Mae-geri: calcio frontale – keage (frustato) o kekomi (spinto);

- Yoko-geri: calcio laterale – keage o kekomi;

- Mae fumikomi: calcio frontale verso il basso;

- Yoko fumikomi: calcio laterale verso il basso;

- Mawashi-geri: calcio circolare;

- Ushiro mawashi-geri: calcio circolare all’indietro;

- Ushiro-geri: calcio all’indietro;

- Tobi Mae-geri: calcio volante frontale

- Tobi Yoko-geri: calcio volante laterale.


6. IL KUMITE

Ritengo fermamente che il Karate riesce a sviluppare nell’uomo le qualità fisiche e quelle interiori. Questa caratteristica, di cui abbiamo ampiamente discusso durante la parte riguardante i kata, non può essere trascurata nemmeno adesso che ci accingiamo a parlare del combattimento.

La Via del Karate è una via verso l’eccellenza, una continua crescita per l’individuo. Concentrandosi sullo sviluppo delle qualità fisiche e di quelle psichiche l’allievo migliora senza alcun dubbio sé stesso. Chi semina raccoglie!

La consapevolezza di ciò, di usare il corpo e la mente nel miglior modo possibile, di poter continuamente migliorare coltivando l’ideale dell’Arte, conducono (anche indirettamente) a migliorare anche la propria capacità di autodifesa e il proprio spirito combattivo.

E’ sbagliato però attribuire lo sviluppo di queste capacità soltanto alla pratica del kumite (il combattimento) perché, anche in questo caso, ciò che è determinante (e che deve essere sempre ricordato) è che il Karate è costituito dai kion, dai kata e dal kumite e che il suo insegnamento si basa sull’esercitazione della tecnica (waza), dello spirito (shin) e dell’energia (ki).

Il kumite oltre a contribuire (insieme agli altri esercizi) allo sviluppo delle qualità fisiche e di quelle psichiche del praticante certamente si concentra sullo studio e sull’esercitazione di aspetti importantissimi delle arti marziali, gli aspetti combattivi. Inoltre con il kumite i Maestri insistono per portare gli allievi all’apprendimento della percezione della distanza e, nel contempo, del tempismo sia in difesa che in attacco.

La tecnica combattiva è esercitata attraverso vari tipi di kumite ognuno funzionale al livello tecnico raggiunto. E’ impossibile passare ad un livello superiore senza aver prima padroneggiato quello precedente.

La base del kumite è costituita dal Gohon kumite e dal Sambon kumite, rispettivamente il combattimento fondamentale a cinque passi (Gohon) oppure a tre passi (Sambon) il cui scopo è quello di far assimilare le tecniche di difesa (parate) e di attacco (pugni, percosse, calci) insieme agli spostamenti.

Segue il Kion Ippon kumite (il combattimento fondamentale ad un passo) nel quale si attacca, dopo aver dichiarato il bersaglio (rappresentato dai diversi settori del corpo: settore alto o jodan, settore medio o chudan e settore basso o gedan) e si para contrattaccando. Nel Kion Ippon kumite, dove oltre al settore del corpo verso cui si indirizzerà l’attacco si conosce anche la tecnica che sarà portata, si insiste particolarmente sulla comprensione della giusta distanza di attacco e, conseguentemente, di quella utile a parare e contrattaccare. E’ qui che nasce la base per il Jiyu Ippon kumite che rappresenta l’ultimo gradino prima di giungere al combattimento libero.

Il Jiyu Ippon kumite è, infatti, un combattimento semilibero a un passo. In questo tipo di kumite la distanza è libera e i contendenti, ponendosi in guardia, si scambiano colpi rispettivamente di attacco (l’uno) e di parata con contrattacco (l’altro). Chi attacca, però, dichiara soltanto il settore del corpo (jodan, chudan oppure gedan) sul quale eseguirà la tecnica. Chi subisce l’attacco applica la parata e contrattacca. Entrambi sono liberi di applicare qualsiasi tecnica (sia in attacco che in difesa).

Infine c’è il Jiyu kumite, il combattimento libero, nel quale sono comunque proibiti alcuni bersagli e l’applicazione di alcune tecniche mortali. Inoltre è proibito in modo assoluto colpire l’avversario. I colpi, portati sui bersagli (consentiti) del corpo dell’avversario, devono arrestarsi appena prima dell’impatto. Ciò richiede grande capacità di controllo ottenibile soltanto dopo molti anni di pratica nei kion, nei kata e negli altri livelli di kumite preparatori al Jiyu kumite.

Spirito combattivo, guardia, senso dell’attacco e della difesa, sguardo, distanza, strategia, tempismo e tant’altro ancora sono gli aspetti che il kumite, se eseguito nel modo corretto, contribuisce a sviluppare. Tutte queste doti, unitamente alle altre di cui si è parlato, arricchiscono e migliorano l’allievo.




7. KARATE E GINNASTICA

Il movimento del Karate rappresenta senza alcun dubbio una ginnastica e, più precisamente, una forma ben definita di ginnastica orientale basata sui principi fisici e filosofici di cui abbiamo già ampiamente parlato trattando dei kata, dei kion e del kumite.

Tuttavia l’allenamento fisico nel Karate prevede anche altri esercizi ginnici, in particolar modo le tecniche di stretching e la ginnastica a corpo libero (eseguita soprattutto nella fase di riscaldamento) con la quale si eseguono anche esercizi per il potenziamento (a carico naturale).

Inoltre ogni istruttore così come ogni atleta esperto può “rifinire” la preparazione con altre attività complementari che apportano indubbi miglioramenti sia nelle qualità fisiche che in quelle psichiche. Un ruolo particolare ha svolto in tal senso, nella mia esperienza, la corsa.



 
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